XXI Secolo
GRANDI EVENTI. Inizia con il David, il 25
gennaio,
l'archivio digitale dell' opera del principe degli scultori
IL LASER DI MICHELANGELO
di Luca Fraioli foto
di Sergio Ferraris
MARC LEVOY CI ACCOGLIE sul
portone di Palazzo Tempi, a pochi passi da Ponte Vecchio. Con modi gentili e un italiano
incerto ci invita a entrare nello Stanford Computer Graphics Laboratory. Nelle stanze a
piano terra del palazzo seicentesco non cè nessuno e i monitor dei computer sono
spenti. Mancano pochi giorni al Natale e gli esperti di computer grafica che collaborano
con Levoy sono tornati dalle loro famiglie in California. Solo lui è rimasto a presidiare
questo pezzetto di Silicon Valley trapiantato nel cuore di Firenze. Ma cosa ci fanno un
professore di informatica, un ricercatore associato, cinque laureati e diversi studenti
dellUniversità di Stanford, armati di laser e computer, nella capitale del
Rinascimento italiano? «Siamo qui», spiega Marc Levoy, «per riprodurre copie perfette e
virtuali delle sculture di Michelangelo». È il Digital Michelangelo Project,
lambizioso tentativo di creare un archivio di immagini tridimensionali che
riproducano fedelmente le opere di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. La notte
tra il 25 e il 26 gennaio, nelle Gallerie dellAccademia di Firenze, un raggio laser
illuminerà il volto del David di Michelangelo. Contemporaneamente una telecamera digitale
riprenderà la scultura segnata da quel filo di luce rossa. Dopo qualche secondo un
braccio meccanico comandato a distanza porterà il laser e la telecamera pochi millimetri
più in là per ripetere loperazione. Notte dopo notte, probabilmente per una
settimana, i computer dei ricercatori americani accumuleranno dati sulle forme, le luci e
le ombre di una delle più famose opere darte del mondo. Terminata la scansione i
cervelloni elettronici si metteranno al lavoro e unendo cento milioni di punti daranno
vita a un duplicato virtuale del David. Virtuale, ma pressoché perfetto: differirà
dalloriginale al più per un quarto di millimetro. Marc Levoy insegna scienza dei
computer e ingegneria elettronica allUniversità di Stanford, ma non è un «nerd»
che vive di matematica e microchip. Anzi, persino i suoi studi tradiscono una passione per
larte forte almeno quanto quella per lelettronica. Si è laureato in
architettura nel 1976 alla Cornell University e solo tredici anni più tardi si è
specializzato in informatica. E anche quando è diventato un esperto di computer non ha
mai tralasciato laspetto creativo e artistico del suo lavoro. Le sue prime ricerche,
per esempio, lo hanno portato a sviluppare un sistema di animazione computerizzata per la
Hanna-Barbera Productions, i creatori di Gatto Silvestro e Tom & Jerry. Più di
recente si è specializzato nella riproduzione virtuale di oggetti tridimensionali e,
intuendo le possibili applicazioni allo studio dellarte, si è concesso un anno
sabbatico a Firenze. Dove, oltre a computer, raggi laser, telecamere, robot, si è portato
nove tra studenti e ricercatori dellUniversità di Stanford. Rimarranno in Italia
fino al 31 agosto del 1999.
Per il momento, invece del David, nel piccolo laboratorio di Palazzo Tempi
cè un angioletto. È la copia di una statua che adorna laltare di una non
meglio precisata chiesa del Nord Italia. A Marc Levoy interessava avere qualcosa che
assomigliasse il più possibile a una scultura e non è andato troppo per il sottile. Ha
aperto un catalogo di copie dopere darte e ha ordinato la prima che gli è
capitata. Ora su quellangelo di plastica si esercitano Levoy e i suoi collaboratori.
Per ore e ore lo hanno illuminato con i laser e filmato con telecamere digitali. Il
risultato appare improvvisamente sullo schermo di uno dei computer. Una copia perfetta
dellangelo che Levoy fa ruotare in tutte le direzioni con piccoli movimenti del
mouse. Ma se si fa un ingrandimento si scopre il trucco. La superficie bianca, con le sue
luci e le sue ombre, si disfa. Al suo posto compare una ragnatela di triangoli che unisce
gli oltre seicentomila punti che la telecamera digitale ha memorizzato filmando
loriginale. «Ma qui stiamo lavorando con una bassa risoluzione», spiega Levoy.
«Per il David acquisiremo 100 milioni di punti».
Ma come funziona
esattamente una scansione laser? «Si usa il metodo delle triangolazioni», risponde Marc
Levoy come se fosse una banalità. «Si proietta un fascio di luce laser in modo che sulla
statua compaia una curva rossa riconoscibile dalla telecamera. Il computer analizza
limmagine e misura la distanza tra i bordi dellinquadratura e i punti della
statua illuminati dal laser. Poi si sposta il fascio laser in modo che investa la statua
da unaltra angolazione e si ripete loperazione». Levoy mette in pratica
quanto ha appena detto illuminando il volto dellangelo con lo scanner laser arrivato
poche settimane fa dagli Stati Uniti. È stato progettato dai ricercatori dello Stanford
Computer Graphics Laboratory e realizzato dalla Cyberware di Monterey, in California. Un
congegno ad alta tecnologia costato 250 mila dollari, quasi mezzo miliardo di lire.
«Esistono già macchine che fanno scansioni laser. Sono utilizzate nelle industrie per
eseguire misure di precisione. Questa però», spiega Levoy indicando la macchina ospitata
a Palazzo Tempi, «è specializzata in sculture. Ha una precisione molto alta, un quarto
di millimetro. E non ha bisogno di avvicinarsi molto alle opere darte per eseguire
la scansione». Ma non è questo il solo congegno che i ricercatori californiani hanno
portato a Firenze. «Dopo aver scansionato le sculture conservate nellAccademia ci
sposteremo nelle Cappelle Medicee dove ci sono statue collocate in prossimità delle
pareti. Per scansionare il retro di quelle sculture abbiamo inventato unaltra
macchina. Ha un braccio meccanico che si muove con una precisione di un decimo di
millimetro e che riuscirà a inserirsi tra le sculture e le pareti. Alla sua estremità ci
saranno un piccolo laser e una piccola telecamera». La terza macchina a disposizione di
Marc Levoy serve a scansionare gli ambienti architettonici. Ha un laser che viene
proiettato sul muro e torna indietro. Nella macchina cè un orologio molto preciso
che misura il tempo impiegato dal laser a fare avanti e indietro. In base a questa misura
si possono calcolare le dimensioni di una stanza. «Questo», spiega Levoy, «lo useremo
per ricostruire gli ambienti in cui sono custodite le statue, per esempio le Gallerie
dellAccademia e le Cappelle Medicee». Uno sforzo tecnologico non
indifferente, il meglio della computer graphics e della tecnologia laser messo al servizio
dellarte. Per farne cosa? Copie perfette dei capolavori di Michelangelo da esporre
in tutto il mondo? «Certo, grazie al Digital Michelangelo Project sarà possibile fare
delle copie perfette delle sculture», risponde Levoy, «ma non è quello che interessa
me. Il mio è progetto esclusivamente scientifico. Non a caso i direttori di alcuni dei
più importanti musei italiani collaboreranno con noi. Uno dei nostri obiettivi è
analizzare i dettagli più intimi della ricostruzione virtuale per comprendere quali
strumenti Michelangelo ha utilizzato per modellare il marmo nelle diverse sculture.
Proveremo anche a capire se nel realizzare alcune sculture Michelangelo si sia avvalso di
collaboratori». Un altro progetto scientifico concepito da Levoy riguarda la barba del
Mosé che si trova nella chiesa di San Pietro in Vincoli, a Roma. «È stata toccata per
secoli dai pellegrini, si è consumata ed è cambiata la sua geometria. Grazie al nostro
lavoro sarà possibile fare un restauro virtuale della barba e mostrare, sullo schermo di
un computer, come era in origine». Cè poi la possibilità di fornire nuovi punti
di vista sulle opere darte. «In genere il pubblico non può vedere la testa del
David perché è molto in alto», fa notare Levoy. «Solo in cartolina si può guardare il
David negli occhi. Ma col computer è possibile mostrare la scultura da tutte le
angolazioni, farla ruotare e farla avvicinare. Si scoprirebbe così che la testa del David
è stranamente piatta perché Michelangelo utilizzò tutto il blocco di marmo che aveva a
disposizione». Proprio laltezza del David rappresenta un piccolo giallo che ha
complicato la vita a Marc Levoy. In tutti i libri del mondo cè scritto che la
scultura è alta 4 metri e 34 centimetri. «Cè un clamoroso errore», dice Levoy.
«Il Davide è alto più di cinque metri: 5 metri e 17 centimetri per lesattezza.
Noi ce ne siamo accorti perché avevamo costruito una macchina per scansionare una statua
di quattro metri. Macchina che è risultata troppo bassa». Il Digital Michelangelo
Project prenderà il via ufficialmente l11 gennaio quando comincerà la scansione
delle sculture delle Gallerie dellAccademia. Il team dellUniversità di
Stanford lavorerà giorno e notte e il pubblico potrà assistere a tutte le operazioni.
Farà eccezione il David che sarà scansionato solo di notte per non nasconderlo alla
vista dei visitatori. Insomma il conto alla rovescia è cominciato, il sogno di Marc Levoy
di catturare le forme e i segreti di Michelangelo sta per avverarsi. E se ciò accadrà
sarà anche perché la Paul W. Allen Foundation, una fondazione americana che si occupa di
arte, ha finanziato il progetto con più di 2 miliardi di lire. E perché le autorità
italiane, dalle sovrintendenze alle direzioni dei musei, hanno accettato di buon grado il
Digital Michelangelo Project. «La collaborazione con le autorità italiane», racconta
Levoy, «è stata molto facile perché il mio è un progetto esclusivamente scientifico.
Le macchine che abbiamo costruito potranno servire anche per altri progetti culturali. Per
esempio, Franca Falletti, direttrice dellAccademia, ci ha chiesto di ricostruire in
tre dimensioni gli strumenti musicali dei Medici». E dopo aver finito con Firenze,
probabilmente tra marzo e aprile, il team americano si trasferirà a Roma: nel mirino non
solo le sculture di Michelangelo in Vaticano, ma anche la Forma Romae Urbis, cioè la
pianta marmorea dellantica Roma, un puzzle di novecento pezzi che nessuno è ancora
riuscito a ricostruire completamente.
Dunque Marc Levoy insiste sulle finalità prettamente culturali del suo progetto. Ma siamo sicuri che tutto non si risolverà in un proliferare di copie identiche del David e della Pietà? E che dietro le finalità scientifiche non si nascondano solo interessi economici? Marc Levoy nega e ribadisce il suo rifiuto di qualsiasi applicazione commerciale del suo lavoro. Non sembra fare altrettanto però David Liddle, cofondatore della Paul W. Allen Foundation, il quale, riferendosi al Digital Michelangelo Project, ha dichiarato che esso «coincide con le nuove opportunità di mercato nate allintersezione tra tecnologia e cultura popolare. Noi crediamo», ha aggiunto Liddle, «che la grafica interattiva in tempo reale abbia un potenziale immenso come strumento per le comunicazioni, leducazione, e soprattutto per lintrattenimento». Qualche margine per il dubbio rimane dunque, anche se la partecipazione al progetto delle sovrintendenze di Roma e Firenze e dei Musei Vaticani impedirà uno sfruttamento improprio delle opere darte. E poi cè lentusiasmo sincero di Marc Levoy. Lentusiasmo di chi crede di aver avuto unidea che rimarrà nella storia dellarte.
E dopo Michelangelo un altro progetto:Pagina 86 - 89